Donne rifugiate, per loro la gestazione è un pericolo: ecco perché

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Immagine da ec.europa.eu

Quando Souad Iessa si presento in un ospedale della Grecia nell’autunno del 2016, la profuga siriana, visibilmente incinta, pensò di sottoporsi ad un semplice parto cesareo. Risultò essere tutto tranne questo.

Iessa, 25 anni, aveva trascorso i primi sei mesi della sua gravidanza in fuga e altri tre in un campo profughi con scarso accesso alle cure prenatali. Gli infermieri della clinica mobile all’interno del campo non sapevano che Iessa avesse la placenta nel posto sbagliato. Poiché aveva già avuto due parti cesarei in Siria, la programmarono per un terzo. Quella decisione le salvò la vita.

Se Iessa fosse entrata in travaglio o avesse tentato un parto naturale, sarebbe quasi certamente morta. Invece, i tecnici ecografici dell’Ospedale Generale Ippokrateio di Salonicco individuarono l’anomalia e la condussero d’urgenza in sala operatoria; quattro ore sotto i ferri per portare al mondo fortunatamente una bambina sana. Durante l’operazione, una squadra di 12 medici e infermieri rimosse il suo utero e ricostruì la sua vescica.

Ciò che mise in pericolo la vita di Iessa fu che nessuno aveva identificato il problema in anticipo. Le linee guida dell’Organizzazione mondiale della sanità raccomandano che le donne abbiano almeno otto visite con un operatore sanitario o un’ostetrica durante la gravidanza per garantire un parto sicuro. I rifugiati raramente hanno questa opportunità e, come Iessa, possono vedere un medico solo il giorno in cui devono partorire.

“Le persone pensano che i rifugiati abbiano bisogno solo di cibo, acqua e assistenza sanitaria di base, ma la salute riproduttiva è un intervento salvavita”, dice Felicia Jones, specialista in salute sessuale e riproduttiva. “Se non si assicura che le donne abbiano accesso alle cure ostetriche di emergenza, inclusa l’assistenza prenatale, sia loro che i futuri neonati potrebbero morire”.

Non vi è traccia ufficiale del numero di bambini nati da rifugiati e richiedenti asilo in Europa, ma l’agenzia delle Nazioni Unite preposta stima che circa 54.000 bambini siano nati da rifugiate siriane nel 2016. Mentre le ONG locali ed i servizi sanitari nazionali fanno il meglio che possono per aiutare le popolazioni vulnerabili, è probabile che poche richiedenti asilo incinte abbiano ricevuto cure adeguate. In effetti, un recente sondaggio condotto su 14.000 donne rifugiate in Grecia dall’associazione Medici del mondo ha rivelato che le cure erano inadeguate o inesistenti per il 72%. Meno del 47% delle donne hanno avuto accesso a qualsiasi assistenza sanitaria sul parto prima di arrivare in una delle cliniche facenti parte del progetto.

A differenza di molte parti del mondo, la mortalità materna è piuttosto bassa in Europa, in gran parte grazie ai programmi di intervento medico ben sviluppati e del fatto che poche donne partoriscono a casa. Ciò non significa che non si possa fare di più, soprattutto per i rifugiati e i migranti. Nella maggior parte dei casi, i rifugiati e i richiedenti asilo hanno diritto alle cure di emergenza ovunque si trovino. Ma quando si tratta di gravidanza, tutto ciò che va oltre l’aborto o il parto non è considerato un’emergenza. Eppure, come dimostra la storia di Iessa, senza cure prenatali un problema di routine può rapidamente diventare un’emergenza.

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