Arabia Saudita, stadio vietato alle donne per la Supercoppa italiana: scoppia il caso

arabia saudita

Il calcio in Italia viene spesso vissuto come una questione di vita o di morte, come predominanza sociale e culturale di una città su un’altra, come mezzo per sfogare la propria violenza interiore e teppistica (vedi recenti fatti prima della partita Inter-Napoli del 26 dicembre) e come divertimento puro e semplice (aspetto dimenticato dai più). A dare più colore a questo micro-mondo, episodi razzistici e di discriminazione territoriale, i quali non fanno altro che deteriorare l’aspetto principale del calcio: la natura sportiva, la quale dovrebbe essere l’incarnazione della correttezza e del rispetto reciproco.

Tralasciando poi l’argomento che più di tutti scatena polemiche a non finire quasi ogni domenica, ossia gli episodi incriminati, visti e rivisti alla moviola, che penalizzano puntualmente questa o quella squadra e che vengono trattati con dovizia di particolari in trasmissioni sportive, video su Youtube, social media vari e nei bar di tutta Italia, a tenere banco negli ultimi giorni è la partita di Supercoppa italiana tra Juventus e Milan, che si disputerà il 16 dicembre a Jeddah, in Arabia Saudita.

Tutti sanno che nella nazione saudita le donne sono ancora oggetto di forti discriminazioni, che si dipanano in vari aspetti sociali. Se, negli ultimi anni, alcune di queste sono state parzialmente attenuate, resta comunque una generale e notevole disuguaglianza tra i due sessi, dovuta soprattutto a questioni puramente religiose.

Per la suddetta partita, alcuni settori dello stadio sono destinati a soli uomini, onde evitare che si mescolino alle donne, mentre quest’ultime, per accedervi, devono necessariamente essere accompagnate da loro.

Da più parti, maggiormente da quello politico nostrano, si è alzato un polverone di polemiche e di accuse alla Federazione Italiana Gioco Calcio (FIGC), accusata di essersi abbassata di fronte al vile denaro pur sapendo il Medio Evo culturale che patiscono le donne in Arabia Saudita.

Il vice premier Salvini ha semplicemente detto “è una tristezza, una schifezza”, mentre Giorgia Meloni ha tuonato dicendo che “quindi, una donna italiana che ha comprato il biglietto per vedere la partita da sola o con un gruppo di amiche non può farlo. Che schifo è questo? Abbiamo venduto secoli di nostra civiltà ai denari dei sauditi? La Federcalcio deve fermare questa vergogna”.

Appunto, la Federcalcio. Il presidente Malagò, definendo tutto questo “il trionfo dell’ipocrisia”, ha giustificato la scelta non come voluta ma bensì decisa da un bando, indetto dalla stessa Federazione, e che si è aggiudicato proprio l’Arabia Saudita. Intanto, la Codacons ha diffidato la RAI a non trasmettere la partita, denunciando la chiara istigazione alla discriminazione sessuale.

Alla luce di tutto questo, cosa accadrà fra quasi quattro anni quando si disputeranno i mondiali in Qatar, paese in cui le leggi discriminatorie sono più marcate che in Arabia Saudita? La Nazionale italiana, in caso di qualificazione, non dovrebbe presentarsi? O la manifestazione verrà boicottata quasi in toto dalle altre nazioni? Eppure la FIFA, all’atto della designazione della sede, sapeva benissimo come le donne vengono trattate in quel paese. Chi spera che le cose, da qui al 2022, possano cambiare credo resterà enormemente deluso.

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